37 | L’oscuro scrutare di Philip K. Dick

1992-2007

33

Edizione:
Roma. Meltemi, 2007


Indice

Su un fondo nero

La notte delle superfici

Un oscuro scrutare

Restare nel buio

Bibliografia


Quarta di copertina


Nelle pagine segrete della sua Esegesi, Philip K. Dick confessava nel 1978 di non riuscire a trovare nella sua opera un «senso perfettamente compiuto». Anzi, aggiungeva, non c’era suo romanzo che non gli desse l’impressione di una matassa di capelli, in cui avevano finito con l’intrecciarsi e confondersi tanti elementi disparati: il comico, la religione, l’orrore psicotico, una certa piega sociale, e riferimenti puntuali ad alcune «scienze complesse». Il tutto congegnato in un «rimescolio di possibilità» che, se poteva dare l’impressione di un «mucchio di rifiuti in un vicolo», avrebbe però potuto alle lunghe «giustapporre e svelare qualcosa di importante e trascurato da un pensiero più ordinato». Se dunque un compito Dick affidò al suo «frugare in punti ellittici, entro strane angolazioni» (insomma, al suo oscuro scrutare), questo fu quello di attraversare tutti i discorsi del suo presente (dalla fisica teorica alla storia delle religioni, dalle neuroscienze alle teorie economiche), e tutti i possibili punti di fuga (dalle utopie politiche alla fede, e persino alla stessa droga), per organizzarli non in una visione incerta del futuro ma nell’improvviso manifestarsi di «altri mondi presenti». L’«intima verità» che lo ossessionò per anni (per cui tutto prima o poi gli apparve contraffatto, persino il reale), finì presto per configurarsi (ed è questa la tecnica narrativa di Dick) come una forma d’avversione messa di traverso rispetto al fluire del senso comune, di quello insomma «perfettamente compiuto» che scinde gli enunciati di un’epoca in visibili e nascosti. Perché se un’avversione prende forma e fa fluire via i discorsi di copertura lasciando, come una piccola diga, a secco l’enunciato che si presume nascosto, allora è facile scoprire come in ogni epoca tutto, anche ciò che dovrebbe essere occultato, sia detto con estrema chiarezza. Persino l’avanzare travolgente, una sfoglia di presente dopo l’altra, di quell’unico mondo che in definitiva traluce, con la sua politica del vivente, nell’angoscioso neoliberalismo distopico di Philip K. Dick: il Sacro Romano Emporio.
Dal trionfo dell’Antistato con la vittoria del Terzo Reich agli esiti imprevedibili della biopolitica, dall’uso produttivo delle droghe alla pervasività del mercato e alla concezione dell’individuo come residuo, Gabriele Frasca s’immerge nei peggiori mondi possibili immaginati da Dick, restituendocene tutta la potenza visionaria.


Il grigiore dei mondi possibili – Philip K. Dick e la crisi economica (di Silvia Longo) 3:51


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